Archivio per settembre, 2011

Un giorno un Grillo parlò ai suoi amici: “io odio il Vento!”
Gli altri incuriositi da questa affermazione chieserò “perchè Grillo? Il Vento almeno ci da un pò di rinfresco in questi caldi pomeriggi d’estate!”
“No io lo detesto! Sconvolge ciò che dovrebbe lasciare fermo.”
La formica laboriosa, pensando sempre al lavoro controbattè: “ma il Vento sposta il polline e permette al nostro Prato di fiorire e di essere così colorato”
“Ma il Polline realmente vuole spostarsi? Oppure è costretto dal Vento. Ha mai chiesto il suo parere?”
E la formica non rispose.
Si alzò la cicala pigra: “Ma il Vento sposta le Vele delle stanche barche sul mare. Se non ci fosse lui, l’Uomo non navigherebbe per i sette mari.”
“Allora l’Uomo dovrebbe prendere un remo e con la sua forza spostare quel pezzo di legno!.”
La cicala rimase in silenzio.
La Farfalla dolce e timida a bassa voce rispose: “ma grazie al Vento gli aquiloni dei bambini vanno sul cielo, donando a loro spensieratezza e sogni ai piccoli fanciulli.”
“Una spensieratezza spesso strappata quando decide di soffiare più forte e togliere dalle mani il piccolo filo ai bambini stessi, e vedere l’aquilone volare via come tanti dei nostri sogni”.
La farfalla fece un passo indietro e ci pensò su.
Il malumore si percepì nel gruppo dopo le tesi del Grillo.
In tanto grigiore allora prese la parola l’Ape Regina “ehi tu Grillo .Quello che dici è vero! Ma il Vento ci aiuta spesso e ci ama. Sposta le nuvole nel cielo per farci vedere il caldo Sole. Il Vento che tu detesti aiuta i piccoli uccelli a spiccare il volo dal proprio nido. Il Vento che tu stai insultando echeggia il tuo sinuoso canto in tutto il Prato. Il Vento ci accarezza quando abbiamo bisogno di affetto, e ci schiaffeggia quando ce lo meritiamo.”
Il Grillo si azzittì un attimo. L’Ape Regina dalla sua saggezza era riuscita a dargli una risposta concreta e ferma. Ma poi subito dopo riprese “Regina, ma io parlo di quel Vento che ho visto ieri. Quel Vento che appena vede un fiammifero cadere in un campo di grano invece di soffiare per spegnere il pericolo, si gonfia ancor di più per incendiare quel buono che abbiamo davanti a noi. Quel Vento che brucia il giallo delle nostre terre coltivate con difficoltà e onestà. Io parlo di quel Vento presuntuoso, che solo perchè è nascosto nell’aria si permette di distruggere quello che c’è in Terra.”
La Regina guardò il suo gruppo e non potè rispondere.
Questa volta il Grillo aveva ragione.

Allora Vento, tu non devi fare così.
Sei Re dei cieli insieme al Sole e alla Luna. Non scendere giù per rovinare i nostri campi.
Soffia, porta in cielo le stelle e i sogni di noi umani, aiuta i piccoli pulcini a usare le ali, fai viaggiare le foglie curiose di scoprire il Mondo, ma non bruciare le speranze e i fiori che con devozione e impegno curiamo. Questo non è il tuo Regno!
Soffia ma nn bruciare!

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Il Burattino era stanco.
Quei fili pieni di polvere erano come un macigno da sopportare.
La mano che lo muoveva rappresentava la punizione di una Vita venduta al destino.
Il suo pubblico lo detestava perché si fermava solo alle apparenze di un giocattolo che rideva sempre.
Rideva come un pazzo, che è ben diverso da sorridere. Anche la strega può ridere. Anche il Ciclope cattivo ride. Anche l’Uomo nero ride sui bambini, ma tutti loro non sanno sorridere. Solo una mamma innamorata dell’ingenuità del proprio figlio può sorridere. Solo l’innamorata davanti al gesto del proprio amore sa sorridere. Solo chi è buono può sorridere, perché conosce la serenità e la grazia di un momento felice.
Il burattino non ce la faceva più.
Una notte era nel suo baule con i compagni. Era buio ed erano soprattutto chiusi in questa scatola di legno.
“Basta! Io me ne vado!”
“Ma che fai stupido? Torna al tuo posto e non svegliare il padrone!”
“Io non voglio vivere così! Non voglio essere una pedina mossa da una mano che non mi è amica! Io voglio avere la facoltà di scegliere. Voglio recitare le parti che decido io! Voglio staccarmi da questi fili e fuggire, correre, e gridare, gridare tutto quello che ho dentro, quello che provo e sento.”
Il burattino di un leone sdraiato iniziò a dire “tu sei un pazzo! Ma che discorsi fai? Noi siamo burattini e come tali moriremo. Non si può lottare per quello che non si è!”
“Sei tu il pazzo! Perché non credi nei tuoi sogni, nelle tue speranze, in quello che vorresti! Sei tu il pazzo che ti rassegni a un Destino che nemmeno conosci! Guardati ! Tu dovresti essere un Leone, il Re della Giungla, e invece sei un ridicolo pupazzo, sdraiato, stanco, senza la voglia nemmeno di ruggire per far paura alla mosca che tu gira attorno! Ma io no! Io dico no. Voglio essere libero.”
Alle sue parole gli altri compagni gli risposero con la più crudele delle punizioni: l’indifferenza.
Ma lui non mollò. Si alzò in piedi. Aprì il coperchio del baule. Per un momento assaporò il gusto dell’intraprendenza e del coraggio e gli piacque. Saltò dal baule. Gli altri lo ignorarono. Il padrone, pigro e stupido nemmeno si accorse di quello che stava succedendo. Ovvio. Chi realmente riesce solo a comandarci e non ci ama non si accorge delle nostre grida, dei nostri voleri, dei nostri desideri, comanda e riesce a guardare solo quello che la sua piccola e perversa mente riesce a comandare. Ma lui , il nostro burattino, ci credeva. Arrivò sul tavolo, vicino ad un paio di forbici. Le prese. Poi guardò il cielo e scrutò la Luna.
“Luna se tu sei mia amica. Difendimi e proteggi la mia anima.”
Con queste parole prese le forbici e tagliò i suoi fili.
Appena l’ultimo di questo si appoggiò al tavolo lui spirò.
Gli altri burattini sconvolti del gesto si misero a gridare e a rimproverarsi l’un l’altro. Lo avevano abbandonato alla sua follia. Ognuno critica l’altro per l’indifferenza e cecità con il quale avevano trattato il compagno ormai morto. Anche il padrone si svegliò. Troppo tardi come fanno gli sciocchi. Lo guardò e si commosse un attimo. Fondamentalmente era affezionato a quel fantoccio. Ma poi, per confermare la sua misera stupidità e insensibilità se ne tornò a letto.
Forse da quel gesto gli altri burattini capirono molto, ma anche per loro troppo tardi.
Nello sconforto generale una luce entrò dalla finestra. Era la Luna.
Accarezzò il piccolo burattino morto, guardò con disprezzo gli altri compagni e iniziò a parlare: “quando la noia e l’insoddisfazione mangeranno le vostre anime vi accorgerete che il Tempo è volato e che quella che noi chiamiamo Vita vi sta salutando da lontano con disprezzo. Vivere significa osare, essere coraggiosi, andare oltre a quello che comodamente abbiamo in mano. Vivere significa lottare per vincere una guerra. Vivere significa camminare per arrivare sani e salvi alla fine del viaggio. Vivere significa credere nei propri sogni, nel proprio io, nella propria anima.”
Con queste parole diede un bacio all’amico defunto.
Il padrone dormiva.
Il burattino iniziò a splendere. “Ora “ riprese la Luna “ io ti regalo il Teatro più grande che tu possa desiderare. Io dono a te la libertà di essere un burattino libero e gioioso. Niente più fili o un pubblico che sa solo ridere. No, mai più mio amico. Io voglio darti tutto il mio Cielo per muoverti e danzare libera, senza limiti, senza ruoli e senza false scenografie. Ti offro un pubblico di sognatori, poeti e innamorati. Amico mai più padrone guiderà il tuo cammino. Io ti regalo la libertà, quella che possiedono solo chi osa, chi crede nei propri sogni. Splendi amico mio, perché tu possa essere speranza per chi ha spento la propria luce.”
Appena finì queste parole, una luce abbagliante illuminò la stanza.
Il Padrone si destò. La Paura è una delle poche cose che riesce a svegliare gli stupidi.
Il burattino perse la sua figura e divenne un puntino luminosissimo. Guardò i suoi compagni rassegnati al fallimento, li salutò con orgoglio e fece un grande salto e si trovò all’improvviso li, nel suo nuovo teatro, il Cielo.
Il Burattino era diventato una bellissima e luminosa stella. Di quelle che difficilmente riesci a descrivere.
Lei finalmente era felice.
I compagni la guardarono da lontano, a loro era concesso solo quello.

Perché vivere significa prendere in mano un pezzo di carta e scrivere con decisione quello che si vuole. Non bisogna accontentarsi di leggere quello che gli altri scrivono. Si vive per scegliere.

Mino Bianco

“Ricordo” (Racconto di Mino Bianco)

Pubblicato: settembre 21, 2011 in A parole mie...

Perché almeno mi rimarrà il tuo ricordo…
Perché almeno se chiuderò gli okki, rivedrò i tuoi occhi…
Perché sarò io a ricordarti e a non cancellarti dalle pagine della mia vita…

Lui ogni notte la guardava, fermo sul suo posto, alzava gli occhi e ne rimaneva incantato… tutti gli dicevano “grillo, fermati fin che puoi… non ti innamorare dell’impossibile… è solo una stella passeggera… fra poco andrà via e ti lascerà senza la sua luce… perché ti fai del male? Ama chi puoi amare e non chi non ci sarà…”
Ma lui non ascoltava queste parole, troppo preso dalla sua stella cadente, così tanto bella e così tanto affascinante e misteriosa… sgranava i suoi occhi e la fissava, dalla prima ombra della notte alla prima luce dell’alba…
La stella cadente intanto, nel suo cielo, splendeva e dava chiarore alle ombre della notte…forse aveva capito che quel piccolo grillo era innamorato di lei, e per questo motivo, gli dedicava sempre un pizzico di dolcezza, di attenzione, anche solo un sorriso… ma non sapeva che a dare poco si distrugge tanto quando davanti hai un cuore che batte solo per te… e anche un granello di sabbia all’innamorato sembrerà una montagna, una carezza una prova d’amore… perché l’amore confonde, ci ruba la lucidità e ci butta nelle braccia della follia, delle emozioni, del caos…
Poche notti ci fu quella stella nel cielo… il destino dell’astro era segnato: essere una luce costretta a vagare nel cielo di tutte le terre… non voleva e non poteva affezionarsi a qualcuno… il suo dovere era donare luce per pochi momenti al buio dei vari cieli… e nonostante ciò il grillo era sempre lì, davanti a quella meraviglia che non capiva chi era… innamorato… follemente…cercava di allontanare il pensiero che la sua amata prima o poi sarebbe andata via… era convinto che a volte il destino lo si può cambiare… o forse viveva in una grande e falsa speranza, illudendosi di un lieto fine…
E infatti successe l’inevitabile… la stella abbandonò quel cielo…lasciò quella terra…lasciando solo la scia della sua coda… ma lei ormai non c’era più … era lontana…
Il grillo cadde nella più cupa disperazione… non si dava pace… piangeva…la cercava… gridava il suo nome… implorava aiuto… ma non ebbe mai nessuna risposta…
Eppure grillo conoscevi dal primo momento l’andare di questa storia? Sapevi che era una stella passeggera… eri consapevole della debolezza di questo tuo sentimento … Perché hai continuato? Perché hai fatto crescere il tuo amore per una luce effimera? Perché non hai amato il sole o la luna, sempre presenti e padroni del cielo? Perché hai scelto una insignificante stella, oltre tutto vagabonda? Grillo perkè hai deciso di amare chi non potevi amare?
Perché succede sempre così… amiamo chi non avremo mai… amiamo chi ci ignora…amiamo chi ci mette alla prova… amiamo chi ci fa vivere delle emozioni….
Ma come questa stella… cosa rimarrà? Solo una scia di luce e un ricordo…
Resterà almeno il ricordo di una luce che splendeva nel cielo e non della più cupa notte…
…il ricordo di un amore che non sbocciò, ma che fu bellissimo come un fiore…
…Il ricordo di aver vissuto delle emozioni…
… forse ci rimarrà almeno un ricordo…

Mino Bianco

C’era una volta un museo.
Era pieno di sculture, dipinti, arte.
Nella sala n.5 c’erano solo due dipinti. Uno era intitolato “la superbia di chi guarda solo il suo naso” l’altro “l’umiltà della libertà”. Una scolaresca passava di li. I bambini spesso ci possono insegnare molto di più di quanto possiamo credere. Rimasero fermi li a fissare i due quadri. Nel primo vi era rappresentato un paesaggio esotico, pieno di palme, colori, fiori e un bellissimo pavone. Un pavone con una coda meravigliosa. Quasi ipnotica. Nell’altro dipinto vi era una tempesta, un mare agitato, una scogliera, un faro e un gabbiano che volava nel grigio cielo. I bambini ammiravano entusiasti il primo quadro forse perché più colorato, più gioioso e sereno del secondo. Solo Clarissa rimase colpita dalla tempesta.
Clarissa, una bambina di soli 9 anni. Una storia già vissuta alle spalle. Una famiglia divisa. Un papà assente. Una mamma impegnata alla sopravvivenza. Un’infanzia persa dietro carte, avvocati e giudici. Aveva nove anni e lei non aveva la libertà i parlare, decidere o scegliere.
“Maestra!!! Ma che bell’animale! Come si chiama?”
“Pavone, è uno degli animali più belli e affascinanti che la Natura ha creato!”
“E dove vive?” “Cosa mangia?” “Quanti colori può avere la sua coda?” tutte queste erano le domande che i bambini colpiti dalla bellezza del pavone facevano alla propria insegnante. Ma proprio lei si accorse di Clarissa, li ferma che fissava il suo dipinto disprezzato e ignorato dai suoi coetanei. Le si avvicinò : “Piccola perché sei qui sola?”
“Ammiro questo quadro Maestra.”
La Maestra fissò il disegno che le aveva avanti. Le metteva tristezza e disagio. Quel temporale rappresentato. Quel faro solitario unica speranza per i naviganti. Quelle scogliere così ardue e nere. Quel gabbiano solo che lottava contro il Dio dei Venti e delle Piogge. “Tesoro perché fissi questo dipinto? Sei triste? Non vuoi ammirare il bellissimo pavone che è lì?”
“ E che me ne faccio del Pavone?”
“Ma lui è bello ed è ammirato da tutti i tuoi amici, dai vieni con noi”
“Maestra perché ammirare il prigioniero della propria bellezza? Perché ammirare solo ciò che appare bello ma rimane fermo sulle sue stesse piume? Perché invidiare un paesaggio esotico che imprigiona un uccello che per natura dovrebbe volare? No Maestra io rimango qui e vedo lui, il mio Gabbiano che coraggioso, forse anche da solo e con i limiti della propria natura ha il dono più grande che io gli possa invidiare. La libertà. La libertà di volare oltre le scogliere. La libertà di lottare contro la Tempesta. La libertà di scegliere dove poter andare.”

Perché ciò che è effimero non crea felicità ma solo spensieratezza passeggera. Bisogna superare la nuvola grigia o il Vento crudele per poter trovare la libertà di sorridere. È solo lottando che si vince la Guerra, non guardandola da lontano

Potrai fuggire tutte le volte che vuoi da lei, prima o poi tornerai nelle sue braccia.
Prima o poi sentirai la sua voce e non potrai fare altro che correrle incontro.
E’ l’amore che conta.

Andrea provava spesso a fuggire dal suo Destino.
Non si sentiva pronto, non voleva avere responsabilità e doveri da compiere. Diceva continuamente : “ci sarà tempo, per ora non voglio pensarci, per ora voglio essere libero.” Era una persona comoda. O forse la comodità nascondeva ben altro. Aveva paura dell’amore. Non sapeva il perché. Spesso utilizzava varie maschere con le persone che lo circondavano per nascondere quelle fragilità che il suo animo aveva. Ma un vaso rotto, nonostante la colla, non riuscirà a nascondere le crepe che porta dentro di se. Arriverà sempre quell’occhio attento che riuscirà a vederle, giudicarle o curarle. Non tutti ci riescono. Solo chi prova ad andare oltre le apparenze può arrivare allo scopo. Ma oramai siamo così tutti comodi e annoiati a lottare poco per conquistare una persona che nessuno si cimenta in questi giochi ardui.
Conoscere, che impresa. Ormai siamo abituati solo ad avvicinarci al cuore altrui e a scappare via.
Ci piace più l’immagine proiettata nello specchio che la figura reale davanti non capendo quale meraviglioso viaggio perdiamo. Il viaggio dello scoprire un carattere nuovo, una vita piena di esperienze che ci possono insegnare molto, l’affetto che nasce solo dopo aver ascoltato un altro cuore che parla.
Un giorno Andrea era nel bosco come spesso faceva.
Fissava le Montagne, quelle stesse che proteggevano il paese dalle tempeste. Le stesse che chiudevano il villaggio da mondo circostante.
“Io voglio essere come voi. Alte , pericolose, misteriose. Proteggete il buono che c’è in pianura e superbe riuscite a vedere tutto e tutti.”
“Ma sono anche solitarie loro. Non parlano, non respirano, non vivono. Sono egoiste perché non permettono alla Pianura di vedere al di là del proprio naso.”
Andrea spaventato si voltò dietro e vide suo nonno.
“Nonno, mi hai fatto venire un colpo!”
“Figliolo perché preferisci la Solitudine di una Triste Montagna alla libertà di un’aquila?”
“Non lo so nonno. L’Amore fa male. Vedo chi mi sta vicino. Tutti perdono la loro libertà, la serenità di essere semplicemente felici con se stessi. Pure tu, Nonno. Oggi sei solo. Tua moglie ti lasciò con tuo figlio così all’improvviso e cosa ti ha permesso questo? Lacrime e sofferenza”.
“No, mio caro giovanotto. Si piange quando si vive. La perdita di tua nonna mi ha scosso e distrutto ma so di aver amato e di essere stato amato. Le mie lacrime erano meritate, perché solo quando respiri profondamente una bella boccata d’aria fresca puoi capire che significa respirare. A cosa serve accontentarsi di fare piccoli singhiozzi d aria sporca? ”
“Ma l’amore dovrebbe far sorridere e non piangere.”
“E chi l’ha detta questa bugia? Quando nacque tuo padre io piansi ed ero felice come un pazzo. Quando misi al dito di tua nonna la mia fede le scese una lacrima perché finalmente il nostro sogno si era avverato. Quando il Cielo Piange Lui irriga il terreno che porterà frutto. L’amore è imprevedibile. Ti fa piangere e sorridere così come nella tavolozza del pittore c’è il bianco e il nero.”
“Ma ne vale la pena di rischiare? Di mettersi a nudo per un altro Cuore che non è il tuo, nonno?
“Ne vale la pena. Io rifarei tutti i miei errori mille e mille volte. Sposerei mille volte tua Nonna. Piangerei mille altre volte al suo letto funebre solo per averla un minuto qui con me.”
Un brivido scosse Andrea. “Per un solo minuto?”
“L’amore fa questo. Rende l’altra persona la tua stessa aria. La stessa ragione della tua Vita. Io regalerei la mia anima al Diavolo per riaverla qui con me perché era lei che mi ha reso felice. È come essere una pallina ingenua che prova a scalare sola una salita. Dopo qualche movimento riscenderà sempre a terra dove il suo Destino ha posto la sua casa. Non si può fuggire da Lei”.
“E’ questo non fa soffrire?”
“Fa soffrire si, ma ne vale la pena. Perché se ami significa che vivi. E nella Vita noi siamo uomini, non pietre. Bisogna lasciarsi andare, riscoprire i sentimenti, la genuità di stare insieme, ritrovare la bellezza di un sorriso. Ama figliolo per non far si che un giorno tu , arrivato in cima a quella montagna , non dovessi trovare motivo di tornare indietro.”

“Maestra cosa è la Danza per te?”
Dopo tanti anni di lavoro e di una carriera seppur difficile ma lunga, mai nessuno le aveva fatto questa domanda. Tutti presi dal proprio egoismo, o “dagli impegni della vita”, nessuno aveva avuto il coraggio di chiederle il perché della sua scelta.
Coraggio si, perché è come chiedere a una Moglie perché ha scelto di sposare il proprio Uomo.
E poi così all’improvviso una bambina di 5 anni, in modo ingenuo e impertinente le aveva posto il famoso quesito. Le risposte potevano essere tante ma come spiegare ad una fanciulla il tanto amore che si può provare per qualcosa che non si può toccare?
Come si può spiegare il perché del respirare?
Quale metafora per far capire a una mente così piccola la scelta di un matrimonio così arduo.
Si, la maestra per un momento si dimenticò della sua allieva e si guardò in quello specchio, lo stesso che per tanti anni e ancora adesso la giudicava. Quello specchio che ha visto le sue gambe alzarsi, quelle punte stendersi o essere bacchettate da bambina. Lo specchio che l’ha rimproverata, che spesso le ha detto che non ce l’avrebbe fatta, che non era la sua strada la Danza. “Non hai il fisico giusto, non ha le gambe come si deve, hai la schiena dura, non hai il collo del piede, non hai una buona isolazione, non sai girare …”
Quante accuse e critiche hai gridato Specchio?
Quante volte non hai sentito quel cuore da ballerina che avevi davanti?
Ma lo Specchio riflette ciò che le appare addosso, , non riesce ad andare dietro le apparenze, perché come molta gente non sa attraversare l’anima di chi si guarda.
La Maestra ebbe un capogiro e dovette sedersi sul parquet.
Lo accarezzò. Quante cadute aveva visto quel pavimento: come nella Vita anche nella Danza bisogna cadere per capire come non commettere più lo stesso errore. I lividi delle sue gambe, segni tangibili del dolore che si prova quando un amore ti chiede tanto e lo pretende senza mezze misure. La bambina si avvicinò: “maestra ma cosa sono questi brutti segni? Chi è stato?”
Ma la Maestra non era li… dopo tanti anni lei era in pieno contatto con Tersicore.
Quante rinunce fatte? Aveva allontanato tutto e tutti. Aveva rifiutato amori e amici, nuove proposte di lavoro e la stessa famiglia. A volte aveva perso la concezione del vivere una lieta adolescenza o una sana maturità. Quante volte non hai visto il sole ma solo la tua sala di Danza? Quante volte hai detto “no” a chi ti voleva vicino perché c’era lei che ti chiamava? Quante volte sei stata insultata ed emarginata perché avevi scelto ciò che una Vita Comune giudica superfluo, inutile? Quante volte la Realtà si è confusa con una coreografia?
“Lei non potrà mai ballare… ha una malformazione al ginocchio. Ci dispiace”. Queste parole le tuonarono all’improvviso come un lampo in piena notte. Un lampo che fa luce nel buio di una notte tranquilla. Si, anche la Scienza aveva osato dirle di “no”. Errori di alcuni medici o forse della Natura, ma la sentenza che le avevano buttato addosso fu come una pugnalata al cuore. “Mai più”: come si può dire ciò al polmone che vive d’aria? Ricordò anche le parole di sua madre con le lacrime agli occhi “io lo so, tu non hai paura di morire, tu hai paura di non ballare, tu vuoi morire piuttosto che rinunciare a Lei…”.
La Maestra ora piangeva.
La bambina le diede una carezza e sottovoce le chiese: “Maestra perché queste lacrime? La Danza fa così tanto male?”
La Maestra si destò, guardò quei due occhi impauriti. Non poteva lasciarli così.
“Farfallina mia, la Danza è come un matrimonio, tu sai cosa è il matrimonio?”
“Si, si, mamma e papà si vogliono bene e sono sposati, questo significa, vero?”
“Ecco si. Devi sapere che noi persone siamo come le ali di una farfalla. Lei può volare solo grazie a loro altrimenti sarebbe un bruco. Ma le ali devono essere uguali, belle, preparate, forti. Solo due ali solide possono stare insieme, come una mamma e un papà. Come in tutte le favole c’è sempre una Regina per un solo Re così come un Marito per una sola Moglie. L’amore ti da tanta gioia e serenità, ti riscalda il cuore, ti fa felice, ti consola, ti da un motivo per vivere. Ma a volte è cattiva e superba , perché l’Amore pretende tanto.”
“Che significa pretendere Maestra? “
“E’ come se tu vuoi una caramella ma la devi pagare… devi rinunciare a qualcos’altro per una sola caramella, se davvero la vuoi.”
“Ok ora ho capito. Allora tu Maestra cosa hai dato in cambio?”
La Maestra fissò le sue rughe sul viso ,sorrise “Ci sono amori che chiedono tanto, anche tutto. ”
“E la Danza cosa ti ha chiesto?”
“Appunto , tutto. Lei si è presa la mia Vita .“
“Maestra ma la Danza è cattiva allora, non ti ha lasciato nulla! Cosa ti ha dato in cambio?”
Sospirò, ricordando il lungo percorso compiuto: “Lei mi ha regalato il dono più grande che poteva farmi. Mi ha regalato tutti i vostri occhi pieni di sogni e speranze. Mi ha regalato il vostro amore. Mi ha regalato la possibilità di emozionarmi come nessun essere umano o marito riuscirebbe.”
“Ma allora Maestra cosa è la Danza per te?”
L’accarezzò, la guardò negli occhi. “E’ tutto quello che ho, è quello che sono”.

Giulia camminava sola sulla spiaggia.
Lo faceva spesso.
Diceva che il Mare è molto più paziente e leale delle persone. Lui ascolta, ti rimprovera con un’onda violenta oppure tace quando vuole solo sentire il tuo pensiero. Ma soprattutto il Mare ingoia i tuoi pensieri e li butta giù, nei profondi mondi bui dei suoi fondali. Li nasconde tra gli scogli o i coralli, in silenzio, al buio, nemmeno il Sole li può scoprire.
Camminava, e guardava questo suo mare così agitato, in tempesta. Capiva che non era d’accordo con quello che gli stava confidando. Si, Giulia stava raccontando la sua storia. Si sentiva sola e delusa la ragazza. Si era per un attimo paragonata a Biancaneve e il mare stupito gli chiese con curiosità:
“come mai?”
“Biancaneve è stata tradita da una Mela”.
“No Biancaneve è stata ingannata dalla strega cattiva e dalla malignità della Regina invidiosa di lei” replicò il Mare.
“No, no Mare, la strega è stata solo uno strumento e la Matrigna era solo la motivazione esterna, ma tu pensa, Biancaneve è stata forzata a mangiare quella mela? No! Biancaneve ha scelto di mangiare una Mela a lei sconosciuta solo per il peccato o il piacere della gola. Quindi fondamentalmente Biancaneve ha scelto.
Ha scelto di mangiare una mela sconosciuta.
Ha scelto di assecondare un suo gusto avido.
Al posto della strega ci poteva essere persino il Principe ignaro del dono immondo che stava per fare oppure la stessa madre che vedendola così affamata le avrebbe potuto donare un momento di rallegro con una mela, una semplice e stupida Mela.”
Il mare iniziò ad alzare le sue onde: “Giulia ma tutti abbiamo fame, e nel momento del bisogno ci si appiglia alla prima ancora di salvataggio”.
“No Mare, Biancaneve non aveva fame! Poteva aspettare, poteva essere matura, salutare la vecchietta sconosciuta, recarsi in cucina e prepararsi il pranzo come tutte le persone sagge possono fare. Lei poteva fare e ha scelto di essere pigra, invece di scegliere ha preferito essere scelta. E’ stata tradita dalla Mela, dal suo desiderio più vicino e inteso. E’ stata tradita dalla cosa più vicina che aveva in quel momento. Non ha saputo guardare bene. Ha dato ascolto all’impulso e non alla ragione. ”
“Le tue parole mi sono sconosciute oggi, non ti riconosco. Ma pensa: poi la ragazza è stata comunque salvata dal suo Principe, dal suo bacio, dal suo amore.”
“Fortunata lei, ma tu dimmi chi salverà me che Amore non ho? Chi mi toglierà il veleno che la Mela mi ha fatto ingoiare? Io, io che non ho Principe, amore o sconosciuti che mi possano salvare? Il Veleno è lento ma farà il suo effetto, e il Tempo passa, il mio corpo cade una, due , tre volte… no mare così non può andare…”
Il mare si calmò, capì che la Donna che parlava era una donna delusa e triste, tradita da chi forse le stava più vicino, tradita da uno stupido desiderio da appagare, tradita dal Tempo che correva veloce senza darle ascolto. “Tu fai una cosa… tu devi aspettare… il segreto è nella pazienza … un giorno un bambino venne da me e mi disse : “Mare! Io piango! E non so che fare! Un bambino mi ha rubato il mio gioco preferito ed io sono piccolo e non so riprenderlo. Lui è forte e alto, ed io ho paura. Come faccio a non piangere più? “ al piccolo non seppi li per li come rispondere ma poi riflettendoci li fece fare un gioco. “Allora piccolo ometto disegna qui sulla mia spiaggia il tuo gioco rubato” .E lui lo disegnò. Poi chiesi al Vento un soffio per agitare solo una mia onda e in un secondo cancellai il disegno del bambino. Lui mi guardò, e se ne andò sorridendo.”
Giulia presa dai dubbi : “Mare io… non capisco…”
“Le delusioni sono come i disegni sulla riva del mare, basta aspettare solo l’onda giusta per farli cancellare. Questa spiaggia è piena di disegni e scritte… ma il Mare è grande come il Tempo e prima o poi tutto si cancella, sbiadisce e diventa qualcos‘altro. Il segreto è aspettare e avere pazienza. Aspettare come fa il Sole con la sua Luna. Aspettare come una mamma con il suo piccolo nel grembo. Aspettare come fa il bruco prima di diventare farfalla. La certezza è una : Il mare è fatto di Onde.”

Un vizio come fumare

Pubblicato: settembre 8, 2011 in Black Time

Io non fumo è risaputo.
Anzi lo stesso odore della sigaretta mi fa schifo.
Bevo, forse anche troppo ma per ora si limita all’uscita serale, il mio frigorifero è ancora privo di bottiglie di birra o alcool.
Non mi drogo, non sono così stupido da rovinare il mio piccolo corpicino.
Eppure un vizio ce l’ho..
E ieri notte, in questa notte insonne, l’ho capito.
Io non so voi, ma la notte, quando mi metto a letto, chiudo gli occhi, penso a ciò che mi piace o desidero e mi costruisco storie e scenari finti e ovviamente a lieto fine.
A volte li confondo pure con la quotidianità, come se davvero fossero accaduti.
Il problema è quando questo modo di agire te lo riporti nella vita reale, quando gli occhi sono aperti, e ciò che ti piace te lo puoi trovare davanti ad ogni minima occasione.
E così un piccolo gesto diventa un grande gesto.
Una promessa di circostanza, una promessa d’amore e amicizia.
Uno sguardo la prova di interesse.
E la Fantasia, che poi a me non manca proprio, viaggia, galoppa, corre.
Ho 26 anni, a 16 anni questa cosa era giustificata dall’immaturità, dall’inesperienza, dalla voglia di scoprire il mondo, la gente e la Vita.
Ma ora dovrei riflettere..
C’è chi mi ha scritto che per spegnere le illusioni bisogna accendere uan forte luce per scoprire il loro essere effimero..
Eppure a volte ci si illude per farsi meno male, per sentirsi meno soli, per far finta che tutto vada come tu vuoi…
eh si, è diventato un vizio come fumare….

Solo una Volta (La prima favola)

Pubblicato: settembre 7, 2011 in A parole mie...

C’era una volta un bellissimo fiore di rosa. Nonostante la sua rara bellezza, ella si sentiva molto sola perkè non riusciva a trovare ki davvero la capisse… per questo motivo ogni giorno vagava di campo in campo per cercare la sua anima gemella. Essendo molto bella, era desiderata da molti altri fiori, ma lei pretendeva…lei non si accontentava…lei cercava solo e unicamente l’anima gemella… Incominciò a viaggiare… di giorno e di notte…. da nord a sud…. in luoghi remoti e sperduti…. incontrò vari fiori…. alcuni di questi suscitarono anke un pò di interesse ma ke svanì ben presto… quando ormai era disillusa e sconfortata, incontrò in un campo incolto e abbandonato un umile ma bellissimo fiore bianco… non l’aveva mai notato in nessun luogo…. non l’aveva mai conosciuto… ma il suo cuore fu colpito proprio dalla sua bellezza così semplice, quasi scontata… si avvicinò e kiese “scusami, in tanto mio vagare non ho mai incontrato un fiore come te…chi sei'” e lui rispose timidamente “sono guzmania…. sono un fiore raro… non mi si vede molto spesso”… e nel suo parlare lento e introverso la rosa capì di aver trovato forse la sua anima gemella… parlarono, parlarono e parlarono e la rosa era finalmente felice di avere affianco un fiore che come lei si mostrava in modo leale e spontaneo, genuino e sincero… l’amore scoppiò subito… e tra i due fiori nacque un legame forte e affettuoso…la rosa lasciò il suo passato..lasciò tutto ciò ke era suo… abbandonò la sua terra…i suoi amici..i suoi parenti… tutto, per stare vicino al suo buffo e timido fiore innamorato…. una notte la rosa si svegliò da un incubo, e guardandosi affianco notò ke non c’era più guzmania, bensì un’altra pianta… terrorizzata gridò con tutta la forza ke aveva in sè… anche l’altra pianta si destò dal suo sonno…. e kiese “amore perchè gridi?”… la rosa scoppiò in un pianto pieno di dolore e chiese alla pianta sconosciuta “perchè mi kiami amore?? chi sei tu???” …la pianta sconosciuta non capiva “amore perchè piangi…perchè gridi… perchè mi kiedi ki sono?”… la rosa non capiva…. quando la pianta si alzò e si avvicinò alla rosa notò nello specchio la sua immagine e capì tutto…. allora disse alla rosa “amore sono io, sono guzmania… questa è la mia malattia… io sono un fiore solo per un periodo…in tutta la mia vita… poi ritorno ad essere una semplice pianta… e perdo quella bellezza effimera….avevo vergogna a dirlo…. avevo paura di perderti…. avevo paura di mostrarmi per quello che sono”…

la rosa delusa scappò via… pensava di aver trovato un fiore sincero…. e invece aveva trovato la menzogna… aveva trovato un’illusione… come in tutti fiori del passato… lei corse moltissimo… gridò con tutto il dolore ke aveva dentro… era triste… disincantata… malinconica… aveva dato tutto di sè a un’ombra illusoria… sparì…preferì nascondersi….e rimanere sola… e sola si domandava se si poteva amare un fiore ke per un periodo l’aveva illusa di essere ciò ke non era…. dentro di sè pensava “forse anche se ora è una pianta potrà essere amorevole e sincero con me?”…. poi da sola capiva ke una menzogna porta dietrò di sè un’altra storia…. ke forse quel fiore era davvero solo un’ombra…. e che sicuramente la sincerità tradita una volta, raramente la si può ridare…. “io ho amato quel fiore, non per la sua bellezza…ma per quello ke mi è apparso in quei giorni…un fiore buono, sincero e leale con me” si ripeteva… “e ora scopro ke mi ha mentito…. ke ha voluto illudermi creandosi un’immagine ke non è la sua….come posso amare tanta falsità? come posso buttarmi senza paure nelle braccia della menzogna? come posso amare colui ke non è?” e allora con tutto il dolore atroce ke può avere un’innamorata tradita preferì tornare nella sua terra da sola assieme alla sua angoscia… con il ricordo di un amore effimero… fugace… e illusorio… pensando ke si può amare solo ki è e non ki appare una sola volta… e la rosa non seppe più nulla di quel fiore ke aveva così tanto amato….forse perkè quel fiore realmente non era mai esistito…

Non toccavo un libro da anni…
Prima, un bel pò di tempo fa , ero un topo di biblioteca: leggevo tantissimo, come minimo in 2 anni avrò letto un centinaio di libri… poi all’improvviso, smisi. Forse il libro sbagliato mi ha fatto passare la voglia.
Eppure erano settimane che leggevo frasi de “Il piccolo principe” che mi incuriosivano.
Sarà il periodo di riflessioni che sto vivendo ma percepivo che quel libro prima o poi doveva essere mio.
Poi qualche giorno fa il mio compleanno, una cara e dolce amica, e soprattutto intelligente me lo ha regalato. La Cristina al pensiero che una persona mi avesse regalato un libro mi ha detto ridendo “Sicuramente ora l’odierai, hai sempre detto che il libro doveva essere l’ultima cosa che tu volevi ricevere come regalo”… e invece “no” le ho risposto “è un libro che volevo leggere prima o poi”…”non ci credo” mi ha replicato la Cry, conoscendomi da quasi 15 anni…
Oggi faceva caldo e mi annoiavo…
Così da solo ho preso la makkina, il mio lettore mp3 (nuovo, sempre dal compleanano 😉 e questo libro a detta da tutti “per bambini”.
Mare mosso, vento, tanto, ma mi piace, in spiaggia una coppia di anziani, tre ragazzi ke mi fissano per dire “chi è questo pazzo che se ne viene al mare da solo?”
Per niente disturbato, stendo il mio telo, mi spoglio, cuffie, musiche dolci e apro il libro… leggo persino la prefazione e la biografìa…
Ecco, qualcosa di strano mi succede…
Il tempo passa e non me ne accorgo.
La musica non era percepita così come la realtà attorno a me.
Quasi quasi nemmeno il Vento mi tocca più.
In pochi minuti i miei occhi hanno divorato tutto quel libro.
L’ho letto come se non mangiassi da giorni.
Ridevo alle battute sarcastiche del Piccolo Principe.
Mi sono commosso alla sua morte.
Rabbrividivo alle sue riflessioni.
Dopo aver letto l’ultima pagina, ho visto il mare…. agitato come i miei pensieri, era rimasta solo la coppia degli anziani.
Mi alzo e provo a farmi un bagno nonostante la tempesta.
Torno al mio telo, fisso il libro, lo riapro e lo rileggo di nuovo…
Tutto di un fiato.
Come un libro può violentare la tua anima?
Come uno scrittore di quasi 80 anni fa può scrivere i tuoi stessi pensieri, le tue stesse riflessioni, i tuoi dubbi, le tue paure?

“… bisogna esigere da ciascuno quello che ciascuno può dare… ”

“Da te, gli uomini” disse il piccolo principe, “coltivano cinquemila rose nello stesso giardino… e non trovano quello che cercano…”

Quel Principe così piccolo ma così vero, così pieno di saggezza…
Quel Principe così solo, pronto a difendere quella rosa così egoista e vanitosa.
Quel Principe che mi ha commosso quasi fino a scendere una lacrima.

Quando l’ho finito di leggere la seconda volta ero solo sulla spiaggia.
Anche la coppia degli anziani era andata via e non me ne ero accorto.
Eravamo solo io, il mio mare pronto di nuovo ad ascoltarmi e le parole del Piccolo Principe.
Fissavo le onde come se stessi vedendo i miei pensieri, agitati senza motivo, insoddisfatti, pronti a rompersi su una riva a loro sconosciuta. Il Mare mi ha detto di stare zitto e di lasciarmi andare così come veniva.
Pensavo alla Rosa del Principe e la invidiavo perchè era padrona di un cuore innamorato talmente tanto da far pagare il suo amore con la morte di un piccolo cuore solitario.
Penso alla povera Volpe tanto desiderosa di affetto tanto di chiedere di essere “addomesticata”.
Riflettevo su quel sovrano del piccolo pianeta, Re della sua stessa solitudine.
Immagino l’Aviatore e al senso di colpa ke avrà vissuto nel vedere il piccolo ometto morire davanti a se, mentre “cadde dolcemente come cade un albero. non fece neppure rumore sulla sabbia”.
Penso al Piccolo Principe mentre vagava solo, nei vari pianeti alla ricerca di qualcosa che nemmeno lui stesso conosceva…

E mi sa ke non è l’unico…
Anche da qst parti si vaga senza sapere cosa volere.
Forse anche io dovrò incontrare prima il Vanitoso, il re Solitario, il Lampionario, l’Avido di stelle e poi l’Aviatore.. e forse un serpente finale…

per ora mi limito a rileggere le sue parole e a riflettere…
Non sarò un Piccolo Principe, ma so chi sono ora… oggi un piccolo nuovo Mino… domani non so….

Disse la volpe: “Tu, fino a ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a 100mila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a 100mila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me l’unico al mondo, e io sarò per te l’unica al mondo.”

“Guarderai le stelle, la notte. E’ troppo piccolo da me perché ti possa mostrare dove si trova la mia stella. E’ meglio così. La mia stella sarà per te una delle stelle. Allora, tutte le stelle, ti piacerà guardarle… Tutte, saranno tue amiche. E poi ti voglio fare un regalo…”

Rise ancora.

“Ah! Ometto, ometto mio, mi piace sentire questo riso!”

“E sarà proprio questo il mio regalo… sarà come per l’acqua…”

“Che cosa vuoi dire?”

“Gli uomini hanno delle stelle che non sono le stesse. Per gli uni, quelli che viaggiano, le stelle sono delle guide. Per altri non sono che delle piccole luci. Per altri, che sono dei sapienti, sono dei problemi. Per il mio uomo d’affari erano dell’oro. Ma tutte queste stelle stanno zitte. Tu, tu avrai delle stelle come nessuno ha…”

“Che cosa vuoi dire?”

“Quando tu guarderai il cielo, la notte, visto che io abiterò in una di esse, visto che io riderò in una di esse, allora sarà per te come se tutte le stelle ridessero. Tu avrai, tu solo, delle stelle che sanno ridere!”

E rise ancora.

“E quando ti sarai consolato (ci si consola sempre), sarai contento di avermi conosciuto. Sarai sempre il mio amico. Avrai voglia di ridere con me. E aprirai a volte la finestra, casì, per il piacere… E i tuoi amici saranno stupiti di vederti ridere guardando il cielo.

Allora tu dirai: “Si, le stelle mi fanno sempre ridere!” e ti crederanno pazzo.

“T’avrò’ fatto un brutto scherzo…”

E rise ancora.

“Sarà come se t’avessi dato, invece delle stelle, mucchi di sonagli che sanno ridere”

” Che bisogna fare?” domandò il piccolo principe.
” Bisogna essere molto pazienti”, rispose la volpe.
” In principio tu ti sederai un po’ lontano da me, così, nell’erba. Io ti guarderò con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ più vicino….”
Il piccolo principe ritornò l’indomani.
” Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora”, disse la volpe.
” Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi, alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità.
Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore… Ci vogliono i riti”.

… per chi ha un cuore pronto alle emozioni, ve lo consiglio